L’altra faccia della medaglia
Caterina Cotturone • 27 febbraio 2023

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2023 di iThink, “I tabù”.
Uno degli aspetti più interessanti della nostra società è che ogni situazione, contesto o argomento può assumere un peso completamente differente da quello che in realtà merita. Siamo ormai esperti nel concentrarci e valorizzare eventi pressoché inutili, per poi sorvolare su ciò che è veramente significativo o trattarlo con superficialità.
È assurdo che, ai giorni d’oggi, un solo pezzo di stoffa sia in grado di causare infinite discussioni e opinioni contrastanti, scatenando polemiche spesso esagerate e tirando in mezzo questioni culturali, politiche e religiose di ogni tipo.
Se non si fosse capito, mi riferisco al velo islamico, un indumento fondamentale nella vita di milioni di donne musulmane da ormai centinaia di anni. Ne esistono numerosissimi tipi, che si distinguono per forma e colore, in base alla loro provenienza, e variando da Paese a Paese. Il più conosciuto è sicuramente l’hijab, un normale foulard che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. La domanda quindi sorge spontanea: se ormai la questione del velo è diventata sempre più diffusa, anche a causa della continua integrazione culturale di molti Paesi occidentali, allora perché considerarla un tabù? Semplice: perché oggi il velo viene visto e percepito come un muro, una barriera imposta tra la donna e la società circostante, e una forma di sottomissione. Soprattutto, inoltre, nel mondo occidentale è difficile parlarne pubblicamente senza essere immediatamente giudicati. Se ci si mostra favorevoli all’uso del velo, e aperti mentalmente pur non seguendo la religione musulmana, allora si verrà subito invisi, essendo il velo ormai un simbolo di occlusione mentale e fisica, e di discriminazione. Ma basterebbe un minimo di elasticità mentale per comprendere che, generalizzando in questo modo, non si fa altro che ingigantire ulteriormente questo tabù.
È sbagliato vedere il velo come una costrizione, soprattutto negli Stati occidentali come il nostro. Al contrario, se frutto di una scelta consapevole ed individuale, il velo può facilmente essere visto come un simbolo di libertà. Esso esprime il coraggio di chi lo indossa in una società fin troppo giudicante, in cui rischia di essere un altro motivo di discriminazione. Un versetto della Sura della Giovenca, la più lunga del Corano, recita: «Non vi è costrizione nella religione». Ciò vuol dire che il modello di vita proposto dalla religione non deve essere imposto e che, quindi, anche indossare il velo deve essere l’espressione di una libera scelta individuale, oltre che un modo per rappresentare la propria personalità.
Infatti, basterebbe osservare i diversi stili e comportamenti delle donne musulmane, per accorgersi dei ricami presenti sul velo di alcune, l’attaccatura dei capelli che si intravede in altre, o la scelta di abiti più ampi e coprenti integralmente, che lasciano emergere solo scarpe e bracciali. Ciascuna donna può esprimersi attraverso la propria fede religiosa e rendere pubblica la propria idea di bellezza, che non sempre deve essere associata all’atto di mettersi in mostra.
È vero che in molti Paesi islamici il velo è un obbligo, imposto dalle famiglie o dal contesto sociale di appartenenza, nel quale le donne non hanno alcuna possibilità di decidere per sé stesse, ma è proprio per questo che bisognerebbe affrontare ogni caso a sé, senza pregiudizi. Si dovrebbe solamente comprendere che la donna islamica non esiste, ma che esistono invece le donne islamiche, e che ciascuna di esse deve essere considerata nella sua specificità, proprio come si farebbe con qualsiasi altro essere umano. Quando impareremo a dare il giusto peso a questioni importanti come questa, e ad allenarci per guardare sempre l’altra faccia della medaglia, allora sì che sarà una vittoria. ■
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